sabato 14 giugno 2014

Dal 1909 al Primo Conflitto Mondiale

Il  campionato disputatosi nella stagione 1909-1910, fu il primo nella storia del calcio italiano in cui venne introdotto il girone unico con partite di andata e di ritorno. Vi partecipano Milan, Internazionale, Juventus, Torino, Genoa, Andrea Doria, Ausonia, Pro Vercelli, U.S. Milanese (anche se in realtà dovevano essere dieci, le nove del precedente campionato più l’Ausonia in virtù degli ottimi risultati ottenuti nelle amichevoli, però il Venezia non partecipò a causa di problemi finanziari). Come risultato di tale rivoluzione il torneo iniziò nell'autunno del 1909 e si giocarono un maggior numero di gare. La suddivisione in campionato federale (aperto a tutti) e italiano (riservato ai soli giocatori italiani), che caratterizzò le due stagioni precedenti, non fu, comunque, formalmente abolita. Secondo l'articolo 2 del Regolamento dei Campionati della FIGC promulgato a Milano l'8 agosto 1909: <<I Campionati Nazionali di calcio sono di I e II Categoria. Quello di I Categoria è suddiviso in Campionato Federale e Campionato Italiano. Al primo possono prendere parte anche giuocatori di nazionalità estera, residenti in Italia, il secondo è riservato esclusivamente ai giuocatori di nazionalità italiana». Secondo un articolo del quotidiano La Stampa di Torino datato 24 dicembre 1909, «verrà proclamato campione italiano il Club meglio classificato fra le squadre pure italiane, e campione federale il Club meglio classificato tra le squadre spurie internazionali». Dopo questo torneo la suddivisione tra campionato federale e italiano terminò. Fu necessario uno spareggio per l’assegnazione del titolo, quello italiano era stato vinto dalla Pro Vercelli (essendo essa la miglior classificata tra le squadre composte unicamente da italiani) e quello federale dall’Internazionale, ed avevano chiuso curiosamente con lo stesso numero di punti. I vercellesi, in virtù dell'articolo 8 del regolamento federale, che stabiliva che ogni eventuale spareggio si sarebbe tenuto "sul campo della società che conterà al suo attivo il numero maggiore fra le porte fatte e perdute" (ovvero con la migliore differenza reti), chiesero ed ottennero che la partita si svolgesse nella cittadina piemontese. Dovendo fissare una data per lo spareggio la Federazione propose in prima battuta domenica 17 aprile, ma la Pro Vercelli si oppose, in quanto in tale data vari giocatori vercellesi erano occupati in un torneo studentesco. La seconda opzione proposta dalla FIGC fu quindi domenica 24 aprile, quando era però in programma un amichevole tra squadre militari, a cui la Pro Vercelli doveva fornire 3 giocatori, ma l'Internazionale oppose il suo rifiuto alla nuova posticipazione dell'incontro. Avendo presente che il 5 e l'8 maggio si sarebbero tenuti dei match preparatori per l'esordio della Nazionale italiana del 15 maggio contro la Francia e considerando che un eventuale pareggio nella sfida fra Pro ed Inter avrebbe reso necessaria la ripetizione dell'incontro, il consiglio federale decise di confermare definitivamente la gara per il 24 aprile. La Pro Vercelli, in un primo comunicato alla Gazzetta dello Sport, scrisse di preferire la rinuncia alla vittoria in Campionato, pur di non privare il 53° Fanteria dei suoi giocatori. Il presidente Bozino decise in segno di protesta di schierare la formazione giovanile composta da ragazzini dagli undici ai quindici anni, convinto che i dirigenti interisti avrebbero, alla fine, concesso ancora il rinvio. I nerazzurri invece giocarono, pur fra l'ostilità dei tifosi piemontesi e dei giocatori della prima squadra avversaria, i quali assistettero alla sfida, ottenendo uno scontato successo e la conquista del loro primo titolo nazionale. Il club interista emanò poi un durissimo comunicato in cui criticò aspramente il comportamento della Pro Vercelli e dei suoi tifosi, giudicandolo gravemente antisportivo e minacciando di dichiarare l'anno dopo forfait ad ogni partita contro i vercellesi, e di chiedere a tutte le altre squadre di fare altrettanto. Lo stesso giorno della partita la Pro Vercelli, su suggerimento di un socio del Milan, presentò ricorso alla Federazione per la presunta posizione irregolare del giocatore neroazzurro Ermanno Aebi, cittadino svizzero ma spacciato, secondo i vercellesi, dall'Inter per italiano: se il ricorso fosse stato accolto, l'Inter avrebbe perso a tavolino Inter-Torino del 3 aprile e lo stesso spareggio per il titolo e ciò avrebbe consegnato il titolo alla Pro Vercelli. Il ricorso venne però respinto, con la motivazione che, pur essendo Aebi svizzero "è di nascita italiana e in Italia dimora dalla sua nascita, ciò che gli permette di non cadere in incompatibilità col disposto degli articoli del regolamento". Il 1º maggio la Federazione punì la Pro Vercelli, squalificando i suoi calciatori per l'intero anno 1910, oltre ad inibirli dalla Nazionale e a sanzionarli con una multa di 200 lire a testa, per aver fatto giocare la quarta squadra nonostante non potesse “subordinare le gare di Campionato ad altre gare in­dette da Società o da Enti privati” e per avere “incitato i suoi giocato­ri a beffarsi degli avversari, dando così nessun esempio di correttezza sportiva, né verso gli avversari, né verso i propri giocatori”. La condanna, tuttavia, venne in seguito ridotta. La Juventus si classificò al terzo posto assoluto nella classifica finale,un punto in più del Torino e del Genoa, togliendosi la soddisfazione di battere anche i futuri campioni per 2-0 cedendo a Milano solo per 1-0. Da notare le due sfide con il Genoa, chiuse curiosamente entrambe per 2-0 a tavolino in favore dei genoani. Tra il 1911 ed il 1913 la Juventus non si qualificò per il girone finale del campionato, finì nona ed ultima nella classifica del cosiddetto Torneo Maggiore a nove squadre nel 1911 e addirittura si presentò al campionato successivo con un organico composto da soli dieci giocatori, finendo terz'ultima con soli 9 punti. Anche la stagione 12-13 fu particolarmente tribolata per la Juventus, che si presentò nuovamente con soli dieci giocatori finendo ultima nel suo mini girone formato da sei squadre come conseguenza di un periodo critico a livello economico per la grande difficoltà della società a reclutare nuovi giocatori nelle ultimi tre stagioni . Le retrocessioni dei bianconeri, del Racing Libertas e del Modena non vennero attuate in conseguenza dell'allargamento del campionato.[1] I torinesi evitarono, così, addirittura il rischio di uno scioglimento della società. [2] Fu nel 1913 con l’arrivo alla presidenza della società di Giovanni “Bino” Hess (ex giocatore e dirigente) che la Juve sembrò prendere la strada di un nuovo ciclo. In quell’anno, infatti, nonostante fosse stata ripescata in extremis ed inserita nel Girone eliminatorio Lombardo, disputò un campionato sorprendente, piazzandosi prima al secondo posto nel girone eliminatorio e poi arrivando quarta nella fase finale del Campionato dell’Alta Italia (uno dei due gruppi del campionato nazionale). E’ bello constatare che i giocatori furono spessissimo ospiti dell’indimenticabile padre fondatore Enrico Canfari, che anche se preso da mille impegni differenti non dimentica i Boys dell’amata Juventus. L’anno successivo, il campionato dei bianconeri partì ancora una volta in maniera promettente, ma lo scoppio della Prima Guerra Mondiale costrinse la Federazione alla sua sospensione e tra le innumerevoli vittime della Grande Guerra ci furono anche molti giocatori Juventini. Sono morti Benigno Dalmazzo, il primo dei “Boys” bianconeri, Sandro Collino, Ugo Rietman, Roberto Caselli, Luigi Forlano, Enrico F. Canfari, il padre fondatore………..Ma molti saranno anche i reduci che riusciranno a tornare a casa a riabbracciare i propri familiari e i cari fratelli Juventini……il grande Malvano, sposo della sorella di Dalmazzo e scudo e anima e memoria della squadra, il grande Hess innamorato pazzo della Juventus, Giriodi, Besozzi, Mastrella, Colombo. Bona, Daprà, Baldi, Vavassori, De Dominicis……………Quando si ricomincerà il calcio non sarà più lo stesso, l’ingresso libero e il gioco vissuto per puro divertimento, il dilettantismo, tutto cambierà, anche se avvisaglie di professionismo e di affari sporchi  si erano già avvertite fin dalle origini del movimento in Italia.

[1] :Nel campionato italiano 1912–1913, il primo in cui fu introdotta la retrocessione, il girone unico fu abolito ed il campionato nazionale venne esteso anche alla regione centro-meridionale della penisola italiana con formazioni toscane, laziali e campane in uno dei due tronconi del campionato, i cui vincitori accedevano direttamente alla finale. La Juventus si classificò all'ultimo posto del suo girone, il piemontese, con 3 punti in 10 giornate, al pari dell'Internazionale Napoli nel girone meridionale (con zero punti), dell’Alba Roma nel girone laziale (anch'essa a zero), del Pisa nel girone toscano (con 4 punti), del Racing Libertas nel girone lombardo-ligure (1 punto in 10 giornate) e del Modena nel girone veneto-emiliano (1 punto in 10 giornate), queste ultime iscritte nel cosiddetto Torneo Maggiore all'inizio della stagione. Tutte queste squadre sarebbero dovute retrocedere in Promozione (i campionati regionali, in quanto l'attuale Serie B esiste solo dal 1930) ma, durante l'Assemblea FIGC di preparazione alla nuova stagione si decise di riformare i tornei, allargando il numero delle squadre partecipanti e, di conseguenza, ripescare tutte le squadre retrocesse. Questo in seguito alla fusione tra le neopromosse lombarde Lambro e Unitas, che portarono al ripescaggio della Racing Libertas, ultima classificata del girone lombardo-ligure, e a quello seguente di Juventus e Modena. La società torinese si trovò quindi a dover affrontare il problema dell'iscrizione della squadra alla Prima Categoria in conseguenza delle modalità con cui avvenne il suo allargamento e si indisse pertanto un'assemblea, in cui i toni divennero subito accesissimi, tanto da ventilare lo scioglimento della società e da rischiare l'intervento dei Regi Carabinieri per mantenere l'ordine. La soluzione arrivò dall'ingegner Malvano, ex giocatore ed ora arbitro e dirigente federale, e dall'Avvocato Giovanni Mauro, Presidente del Comitato Regionale Lombardo della F.I.G.C., che animarono la successiva Assemblea Federale nella quale si propose di organizzare il torneo inserendo la Juventus nel girone meneghino. La Juventus venne quindi iscritta in Prima Categoria, mentre la Federazione, avute dai bianconeri garanzie di rafforzamento, pose fine alla questione delle difficoltà di organizzazione della Prima Categoria (l'Ausonia nel 1910 ha rinunciato per motivi finanziari). Per il campionato successivo si stabilì che le squadre liguri, che nella stagione precedente avevano giocato con le lombarde, sarebbero state aggregate al girone piemontese, causandone la saturazione. Di conseguenza il Novara, penultimo nel campionato, fu ammesso al girone lombardo mentre la Juventus fu ammessa in tale girone con una clausola particolare: essendo state promosse in I Categoria troppe squadre lombarde (Nazionale Lombardia, Juventus Italia, l'Associazione Milanese Calcio e, d'ufficio, il Como) si decise di togliere una lombarda (il Brescia, settima nel Campionato di Promozione 1912–1913 e promossa d'ufficio nella massima categoria) spostandola nel raggruppamento veneto, lasciando libero un posto per la compagine torinese. Di fatto tutte le squadre che dovevano retrocedere in Promozione alla fine della stagione 1913–1914 (Prato, Pro Roma, Liguria, Ass. Milanese Calcio ed Udinese) furono riammesse. Esiste discordanza tra le fonti riguardo al numero di squadre che dovevano retrocedere nella stagione 1912-1913. Secondo alcuni fonti, come l'Almanacco di Calcio Italiano edito da Panini, la retrocessione avrebbe dovuto colpire tutte le ultime classificate dei vari gironi; altre fonti giornalistiche, come La Gazzetta dello Sport ritengono che la retrocessione riguardasse solo i tre gironi del Torneo Maggiore.

[2] : L'estate del 1913 fu animata dai problemi societari interni alla Juventus, che era stata retrocessa in Promozione. Alcuni membri della società bianconera proposero addirittura lo scioglimento della società, piuttosto che subire l'onta di giocare nel campionato regionale di Promozione; la proposta fu però respinta, al che due dirigenti bianconeri - Zambelli e Monateri - si misero all'opera per cercare di evitare la retrocessione per vie diplomatiche. Si misero quindi in contatto con l'ex giocatore bianconero Malvano, il quale a sua volta era in contatti con il dirigente neroazzurro Francesco Mauro, al quale fu affidato il compito di presiedere all'assemblea federale del 24 agosto 1913 sostituendo il presidente della FIGC Rignon, che si dovette assentare all'assemblea per motivi personali. Obbiettivo dei bianconeri era fare pressioni sull'assemblea affinché essa annullasse le retrocessioni, ma la FIGC doveva anche valutare le richieste provenienti delle piccole squadre circa l'allargamento del torneo. Alla fine, le pressioni dei bianconeri e delle società minori ebbero buon esito: all'assemblea federale del 24 agosto 1913, con l'approvazione della proposta Baraldi-Malvano, fu allargato il campionato dell'Italia settentrionale a 3 gironi da 10 squadre ciascuno, annullando tutte le retrocessioni e ammettendo 11 nuove società al massimo torneo. Entrando più nel dettaglio, all'Assemblea Federale del 24 agosto 1913 furono proposti due piani di riforma dei campionati: il progetto Minoli che proponeva l'allargamento di ogni girone eliminatorio da 6 a 8 squadre con l'aggregazione delle squadre piemontesi topograficamente più vicine alla Liguria al girone ligure, e il progetto Baraldi-Baruffini, che invece proponeva di allargare a 10 squadre ogni girone regionale, con le piemontesi aggregati alle liguri e le toscane aggregate alle emiliane. Tuttavia il problema di quest'ultimo progetto era che, unendo il Comitato Regionale Ligure a quello Piemontese (Comitato Regionale Piemontese-Ligure con sede a Torino), le squadre liguri, abbinate l'anno prima alle milanesi, avrebbero dovuto giocare nella stagione successiva con le piemontesi, saturando di fatto il girone subalpino, al quale Juventus e Novara avrebbero dovuto essere iscritte. La soluzione arrivò dall'ingegner Malvano, ex giocatore ed ora arbitro e dirigente federale, e dal dirigente neroazzurro Francesco Mauro, fratello del Presidente del Comitato Regionale Lombardo della F.I.G.C..  avvocato Giovanni Mauro, che proposero di modificare il progetto Baraldi-Baruffini inserendo Juventus e Novara nel girone meneghino. I due progetti vennero quindi messi ai voti: il progetto Minoli, votato per primo, fu bocciato con 10 voti favorevoli, 28 contrari e 15 astenuti; fu quindi messo ai voti l'ordine del giorno Malvano-Baraldi, che venne infine approvato con 33 voti favorevoli, 7 contrari e 9 astenuti. La Juventus venne quindi iscritta in Prima Categoria, mentre la Federazione, avute dai bianconeri garanzie di rafforzamento, ratificò l'accrescimento costante del campionato negli anni a venire.

Gli anni della Prima Grande Guerra portarono lutti in casa bianconera e delle altre società sportive italiane. All'inizio di quel conflitto furono 24 gli juventini sotto le armi: 6 soldati semplici e 18 tra allievi ufficiali, sottufficiali o addetti sanitari. La presidenza della società torinese fu così assegnata, provvisoriamente in primis e poi, fino a 1918, al Comitato Presidenziale di Guerra: il triumvirato composto dal pioniere Gioacchino Armano, il dirigente Sandro Zambelli e l'ex calciatore Fernando Nizza. Nel 1916 saranno ben 170 i soci e giocatori della Juventus a prendere parte al conflitto bellico, con varie mansioni che partivano dal soldato semplice fino all'ufficiale. Allo scopo di mantenere saldi i contatti con i propri associati e con i tifosi bianconeri lontani a causa della guerra, il 10 giugno 1915, venne pubblicato per la prima volta il giornale ufficiale della società, intitolato Hurrà Juventus, il primo del suo genere nel Paese. Il 26 dicembre di quell'anno, sulla neonata rivista venne pubblicata la memoria autografa di Enrico Canfari, caduto nella Terza battaglia dell'Isonzo insieme a Giuseppe Hess e molti altri componenti della Juventus il precedente 23 ottobre 1915. Questo testo rappresenta tutt'oggi, nella storia bianconera, l'unica testimonianza scritta delle sue origini.
Le identità patriottiche dei bianconeri al fronte erano in sintonia con lo spirito borghese e studentesco dell'epoca, ma riflettevano anche l'ambiente sociale a cui appartenevano. Le lettere inviate dai campi di battaglia a Hurrà Juventus e poi successivamente pubblicate, offrono uno spaccato di cosa significava allora essere juventino dentro. Scriveva Sandro Zambelli, il 24 luglio 1915: "Sto benone nel vero senso della parola, non desidero che di trovarmi vis à vis. o meglio vis à dos con un austriaco per fargli provare la potenza degli shuts juventini". Insomma, il calcio finiva per essere il filo conduttore di carteggi dal contenuto drammatico. Tanto che Benigno Dalmazzo, scrivendo ad Alfredo Armano, ha il fegato per spingersi persino più in là: Non abbiamo premura di vincere, ma la vittoria la vogliamo completa. Il girone sarà lungo ma otterremo il campionato. Se non basta il tempo regola­mentare faremo delle riprese supplementari, ma la débàcle degli avversari sarà clamorosa e il capitano Cecco Beppe sarà costretto a dare le dimissioni. I limiti del campo sono un po' estesi: la Svizzera e la Serbia sono due buoni linesmen che come tutti gli altri si acconten­tano di gridare i loro falli, senza però poterli impedire; Trento e Trieste i due pali del goal che noi, novelli Zio Bomba, sfonderemo. Se pensi poi che tutti i soldati hanno ormai la camicia bianca e nera (più nera che bianca) ti potrai figurare tutto lo slancio dei nostri vent'anni”. Tra i 170 nomi che nel 1917 tengono alto l'onore bianconero ce ne sono molti che appartengono alla crema torinese, ma ci sono anche tante persone comuni. In assoluto, l'esperienza della Grande Guerra - inizial­mente goliardica poi tragica - lascia tracce profonde nell'esistenza della Juventus. Lo si intuisce da alcune strofe dell'inno sociale, composto da Gigi Collino nel 1919: "Sappiam goder, ma pur sapemmo come sul campo occorra disfidar 1a morte", frase questa che poi subisce una serie di variazioni e accorgimenti fino a diventare "ma pur sapemmo come si debba oprar sui campi dell'onor". Il 5 luglio del 1919, l'Assemblea generale ordinaria della Juventus delibera di raccogliere tutti i nomi dei caduti nella campagna del '15-'18 in una lapide da porre sul campo di gioco. Commemorazione datata 10 gennaio 1920. 

Gli juventini parteciparono, durante la Prima Grande Guerra, alla Coppa Mauro ed alla Coppa Federale di calcio. In quest'ultima competizione in particolare, dopo la vittoria nel girone eliminatorio, arrivarono fino alle finali con il Genoa, il Milan, il Casale ed il Modena e terminò al secondo posto della classifica con 10 punti, uno di meno rispetto ai rossoneri, vincitori del torneo. La Coppa Federale fu il torneo sostitutivo del campionato italiano di calcio per la stagione 1915-16. Bloccatosi il fronte nelle trincee montane e dell'Isonzo, la FIGC si trovò in una scomoda posizione. Da un lato c'erano le società che, seppur avendo perso diversi giocatori arruolati nell'esercito, erano ancora in grado di schierare buone formazioni, e i tifosi, i quali, abitando in città toccate solo indirettamente dal conflitto, cercavano nel campionato una finestra di svago alle gravi preoccupazioni del periodo. Dall'altro lato c'era appunto la Federazione, che avendo ancora il campionato del 1915, e il relativo titolo, in sospeso, non poteva certo organizzarne uno nuovo. La soluzione si trovò organizzando una Coppa Federale sul modello del campionato, ma senza titolo in palio. Fece discutere la decisione della Federazione di escludere dal torneo le squadre del Centro sud, le quali affidarono alla Gazzetta dello Sport la loro vibrante protesta, a dimostrazione che questa Coppa era sentita come un vero campionato. Più ovvia invece, data la pericolosa collocazione geografica, l'assenza delle compagini venete. La coppa si sarebbe svolta, sul modello dei campionati dell'epoca, su tornei regionali seguiti da una fase nazionale. Furono istituiti cinque gironi, uno per Regione tranne il Piemonte che ne ebbe due. Le vincitrici dei raggruppamenti avrebbero costituito la poule finale per l'assegnazione della coppa. Le eliminatorie riscossero un grande successo di pubblico, con numerosi derby assai accesi e sentiti. Grande attesa vi era dunque per il girone finale, in programma fra febbraio ed aprile. Subito si ebbe tuttavia il problema del Casale che, per gravissimi problemi finanziari, dovette ritirarsi dopo una sola gara in cui aveva perso contro la Juve. Il raggruppamento fu estremamente equilibrato, e solo all'ultima giornata il Milan riuscì ad aggiudicarsi l'ambita coppa, battendo in casa i Grifoni "virtuali" Campioni d'Italia in carica. Questa vittoria fu il canto del cigno per la società rossonera, che vivrà un lunghissimo periodo buio. L’aggravarsi delle notizie dal fronte sconsigliarono di ripresentare la manifestazione l'annata successiva. I Comitati Regionali misero in piedi vari tornei locali, sempre più raccogliticci, addirittura a porte chiuse dopo la rotta di Caporetto. Solo nel 1919, con la vittoria, ritornerà il calcio a livello nazionale.
Nella Coppa Amatori Gioco Calcio la Juventus trionfò ottenendo 7 vittorie su 8 gare con 23 reti fatte e 10 subite (3 di A, 3 di R e finale A e R), vinse tutti gli incontri finale compresa, le partite furono disputate dal 21 maggio al 9 luglio 1916, curiosamente poche ore prima del primo incontro giocò persino un'altra gara amichevole (Pro Famiglia Del Soldato) tra squadre miste (la rivincita della gara giocata 7 giorni prima, il 14 maggio).

Il gruppo JUVENTUS di Propaganda
testo copiato e modificato trovato sul sito dello Juventus Club “G.Boniperti” di Sant’Agata di Esaro (CS) nella sezione “Juveteca”.
Quasi cento anni fa, quando la Juventus stava praticamen­te rinascendo dalle ceneri della Prima Guerra Mondiale, il Gruppo Juventino di Propaganda, una sorta rappresentanti porta a porta della società bianconera, incarnava un'idea innovativa: fare proseliti attraverso il consociativismo, allargare la sfera d'ingeren­za - nello specifico di una società calcistica - per consolidarne la forza, accrescere la consistenza numerica per garantire il futuro. Per risalire a quegli anni, per calarsi nell'atmosfera di quel tempo, non vi è nulla di meglio che riportare fedelmente ciò che sta scritto sul catalogo del centenario bianconero ( Juvecentus) : “...lo slancio e il dinamismo che segnarono lo stato nascente della Juventus si protrassero anche negli anni immediatamente succes­sivi alla fine della guerra. C'erano allora due Torino, contrapposte anche nell'assetto urbanistico, nella geografia dei quartieri citta­dini che Mario Soldati descrive ambientandole nel tumulto del biennio rosso.... La Torino juventina intercettò lo ‘spirito del tempo ' restando impigliata in tutti gli eventi che scandirono le convulsioni di quei due anni: ‘una sera del settembre 1919' - avrebbe ricordato in seguito Sandro Zambelli - quando la folla bolscevica arrossava di sangue le vie torinesi, il nostro Sesia, che in quell'epoca vestiva ancora la divisa da ufficiale di Artiglieria, fu assalito da una turba di forsennati in Corso Vittorio Emanuele II°. La società si giovò della febbre politica e associativa che attraver­sava allora i ceti medi italiani, partecipando a una strepitosa mobilitazione dal basso, che vide in quegli anni crescere a dismisura sia gli iscritti ai partiti politici che quelli coinvolti nel più vasto universo dell'associazionismo. Mutuando da altri contesti nuove formule organizzative la Juve varò, così, nel 1919 il Gruppo Juventino di Propaganda, con il compito di reclutare `altri soci nei diversi ambienti cittadini, scuole, banche, caserme, officine'. I risultati furono spettacolosi: da 340 soci censiti il 27 settembre 1919, si passò a 517 (il 23 ottobre), poi a 765 (novembre), a 1238 (gennaio 1920), 1320 (febbraio), 1500 (marzo), 1581 (aprile). Tra i nuovi soci figuravano personaggi di spicco come Riccardo Gualino e Pietro Badoglio ma anche, in un elenco del 1923, `di soci che debbono ancora ritirare la tessera dalla segreteria perché non hanno ancora inviato la loro fotografia', stretto tra un Berta Francesco e un Bona ing. Bobbio Norberto, allora appena quattordicenne...”.  Il Gruppo Juventino di Propaganda è dunque un'iniziativa avveniristica di quasi cento anni fa, testimonianza che chi ideò la Juventus e sopravvisse alla Grande Guerra continuò a lavorare per mantenere in vita il sogno nato ai tempi del Ginnasio “M.D’Azeglio” e aiutando i nuovi bianconeri nei momenti più bui, mantenendo vivo così anche il ricordo di tanti cari amici scomparsi tragicamente ma morti da Eroi.

NEL 1920 NASCE LA FORMAZIONE JUVENTUS ERRANTI
di Juworld.NET
Dall’archivio storico de La Stampa:
“Fra i giocatori del F.C. Juventus che, pur avendo i requisiti sportivi, non possono per ragioni varie partecipare ai campionati, è stata formata, col consenso della Direzione, una squadra che accetta inviti per incontri amichevoli in località non troppo distanti da Torino. La squadra, razionalmente allenata dall’ing. Guido Debernardi, ha acquistata una buona amalgama e svolge un giuoco tecnico ed elegante.
Ecco i risultati di due delle partite disputate dagli Juventini Erranti:
10/11/1920 Asti-Juventus Erranti 2-2 (pareggio con 2 o più gol per squadra)
14/11/1920 Carignano riserve-Juventus Erranti 0-0
Tra i giocatori della Juventus Erranti anche i fratelli Marchi ed Accusati, che vantano diverse presenze in prima squadra”.
Nello stesso periodo andava in campo anche la formazione Juventus Gentlemen, e per anni sono state schierate, in amichevoli e relative competizioni ufficiali, le squadre Juventus riserve, IIª squadra, IIIª squadra e giovani (vari livelli).

I fratelli Marchi su citati furono un esempio di disciplina, di passione e abnegazione, di dignità. Come Corrado Corradini ed Enrico Craveri, come Goccione e Nizza e Zambelli e Monateri, come Hess e Bigatto, come Giuseppe Giriodi e Lorenzo Valerio Bona, come l’ingegner Malvano ed Enrico Francesco Pio Canfari, come Mazzonis e Dusio, come più tardi lo saranno Giovanni Varglien e Giovanni Ferrari, come Caligaris e Parola, come K.H. Hansen e K.A. Praest, come Gaetano Scirea e Roberto Bettega, come Alessandro Del Piero e Alessandro Birindelli, come tante eroiche normali persone per bene che hanno reso gloriosa la nostra Juventus e che per scrivere di loro mi ci vorrebbe un libro a parte. Per quanto riguarda gli anni recenti : non so quanti Campioni Pallone d’Oro avrebbero rinunciato a ingaggi faraonici per aiutare la squadra del cuore a risalire dalla Serie B partendo da meno trenta punti persino riducendosi spontaneamente lo stipendio : Grazie Pavel Nedved, hai dimostrato (come Umberto Caligaris, Mario e Giovanni Varglien, e Carlo Parola) che l’Amore per una Maglia conta più del portafogli. Il tuo numero 11 sarà per sempre monito per chi ci odia che noi non molleremo mai. E grazie anche a Liam Brady, che nel 1982 dimostrò che nella Juve si è leali fino in fondo, proprio come ci ha  insegnato l’indimenticabile Craveri.

Enrico Craveri
DI ANTONIO SCAMONI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 1972
Ho conosciuto Enrico Craveri nel 1904 ad Ivrea dove egli fondò con Carlo Realis, con i fratelli De la Pierre, con Salvator Gotta, con me e con altri giovani il Football Club Ivrea, emanazione provinciale della Juventus cui egli già da allora era spiritualmente legato e della quale volle si adottassero i colori bianco e nero. Nella Juventus effettivamente si iscrisse nel 1905, allorché, frequentando l'Università, faceva la spola fra Torino ed Ivrea, finché nel 1908 per ragioni professionali si stabili definitivamente in Torino. Il tempo libero, già da allora, lo dedicava tutto alla Juventus nella quale ricopriva cariche sociali. Ricordo che in quell'epoca egli organizzò una gara fra la squadra dei F.C. Ivrea e la Juventus stessa allora Campione d'Italia, gara che si svolse ad Agliè alla presenza dì poca gente ma del ben noto poeta, nostro amico Guido Gozzano che si rammaricava di non poter essere con noi nella squadra: naturalmente fummo battuti. Trasferitomi a mia volta, alla fine del 1908 a Torino; da lui presentato entrai nel club dei bianconeri e seguii l'attività sociale dell'amico carissimo fino alla sua dipartita. Nel 1912 egli andò a Milano per frequentare lo studio di un eminente giurista e fu appunto da quell'epoca il battagliero rappresentante della Juventus nelle Assemblee Federali che si tennero in quella città ed altrove distinguendosi sempre in modo particolare per la sua facondia e per l'autorevolezza dei suoi proficui interventi nelle spesso accalorate discussioni. Tornato qualche anno dopo a Torino riprese intensamente l'attività nella Juventus ricoprendo ininterrottamente (salvo il periodo della guerra 1915-18 alla quale partecipò quale combattente) nella Direzione del club la carica di Vice Presidente fino alla fine del 1955. Fu cosi a fianco di molti Presidenti fra i quali ricordo il dott. Hess. il prof. Corrado, l'on. Olivetti, il dott. Edoardo Agnelli, il conte Emilio De la Forest, il comm. Dusio ed il dott. Gianni Agnelli. In tutto questo periodo di tempo ebbe a colleghi, tra gli altri, quali Vice Presidenti il Barone Giovanni Mazzonis, il geom. Domenico Monateri ed il dott. Cravetto e, mentre questi si occupavano maggiormente della squadra, egli dedicava il suo tempo alla rappresentanza della società ed in particolare era suo maggiore assillo quello di dare al club quel tono di signorilità e correttezza che valsero, col valore della squadra, a procurare alla Juventus simpatie in tutta Italia, come lo dimostrano oggi i circa settecento circoli juventini sparsi in ogni regione con notevole preponderanza in Lombardia. Il periodo d'oro della Juventus, il famoso quinquennio dei cinque campionati consecutivi, vede pertanto il suo nome strettamente legato a quelli di Edoardo Agnelli, di Giovanni Mazzonis e di Domenico Monateri. Più probante ancora è la opera spesa nei momenti difficili ed indubbiamente uno dei suoi più alti meriti fu quello di essere riuscito, dopo l'immatura dipartita di Edoardo Agnelli, a mantenere, con Mazzonis, saldamente in piedi la società alla quale era venuta improvvisamente a mancare la forza morale ed economica del suo benemerito Presidente. Ed ugual merito egli si è acquistato più tardi quando col compianto Prof. Vittorio Ferrero, col dottor Cravetto ed il comm. Remo Giordanettì riuscì a superare la crisi del 1952/53 in cui venne a trovarsi il Club fino all'ascesa, quale Presidente, del dottor Umberto Agnelli. Gli amici Pozzo e Corradini, pur loro già scomparsi lasciando un gran vuoto nella stampa sportiva, nei profili di cui trattarono la “Stampa” e “Tuttosport” dell'11 e 12 novembre, hanno mirabilmente sintetizzato la figura di Enrico Craveri. Disse Pozzo: «L'avv. Craveri è uno degli uomini che creò la Juventus e ne fece l'ente che esso è. Buon parlatore, dotato di rara facondia, egli era presente in tutte le manifestazioni oratorie, in tutte le tenzoni polemiche in cui si trattava di difendere il nome della sua società e per anni ed anni, nelle assemblee federali la sua voce acuta, squillante, impetuosa e decisa. pungente, prese di punta i problemi più importanti del momento». Era la negazione del diplomatico, era l'espressione diretta di principi, di idee, di convinzioni. Disse Corradini: «Anticonformista per eccellenza, indipendente di pensiero e di azione, signore nel gesto e nella parola, Enrico Craveri fu, col Barone Mazzonis, una tipica espressione della quadratura e della mentalità juventina. Uomo integerrimo, sportivo di suprema lealtà ed equanimità. inflessibile con i suoi stessi colleghi di direzione, diede alla Juventus quell'impronta di serietà, di correttezza e di signorilità che ancor oggi la caratterizzano. Gli anziani lo ricordano con schietta simpatia e lo rimpiangono come dirigente di elevatezza sportiva difficilmente eguagliabile». La Juventus era per lui assai più che un passatempo. era in gran parte la sua vita. Ebbe a sostenere per essa anche un duello e pure in tale occasione rifulse la sua fierezza, il suo carattere intrepido, pungente, veramente singolare. Ne ricordo l'episodio. I motivi che l'avevano portato a battersi erano piuttosto seri: si trattava di parole che potevano ledere la correttezza della persona. I duellanti erano già in guardia con le sciabole pronte all'attacco, il direttore dello scontro stava per dare l'avvio, quando il suo antagonista con mossa fulminea, precedendo per un istante “l'a voi” gli menò un fendente alla testa. Craveri preso alla sprovvista riuscì tuttavia a parare, ma la lama dell'avversario lo ferì all'avambraccio recidendogli i muscoli ed il nervo radiale. Mi raccontò il chirurgo Vittorio Ferrero, che assisteva all'incontro, che mentre stava medicando la grave ferita, Craveri, incurante del dolore, con fare sprezzante disse forte all'altro duellante: «Da lei non mi aspettavo altro». E l'impronta di serietà, di correttezza e di signorilità ricordata così bene da Corradini, ha luminosa conferma in quest'altro episodio che anche oggi, più che mai, ha valore di monito. Negli ultimi venti minuti di gioco in una partita già vinta dalla Juventus che virtualmente significava la vincita dello scudetto, un bravissimo giocatore bianconero si dilettava a beffeggiare, con finte e contro finte un avversario già evidentemente disfatto dalla chiara sconfitta schernendolo anche, come sembrava evidente dal sorriso canzonatorio e parole di dileggio che si udivano: poco cavalleresco comportamento verso avversari già avviliti per la grave sconfitta subita. Ebbene, al termine della gara, Craveri, recatosi negli spogliatoi, si compiacque con tutti per la brillante vittoria conseguita e particolarmente con quel giocatore che era stato uno degli elementi più efficaci, al quale però aggiunse con molta serietà, cambiando di tono: «Però sia la prima e l'ultima volta che lei si permette di sbeffeggiare gli avversari, si ricordi che ciò non è sportivo». Il fare era cosi secco che il giocatore ritenne doveroso di scusarsi dicendo: «Si, avvocato: è giusto quello che lei dice, però nel match di andata loro hanno preso in giro noi che avevamo perso». Al che il Craveri rispose: «Altri facciano ciò che più gli aggrada, noi no, non è del nostro stile». Non era ambizioso e ciò sembrava strano dato il suo carattere fiero, tendente sempre a voler primeggiare: rifiutò infatti costantemente alte cariche federali che più volte gli erano insistentemente offerte. Nella sua professione di avvocato fu veramente distintissimo, apprezzato sia nel foro e sia nel campo industriale cui dedicò pure parte della sua attività, ma, forse, la sua aspirazione nella vita sarebbe stata ben altra, Anima di squisito artista, sensibilissimo al bello, era un fanatico dell'arte e profondissimo esperto, specie in materia di antiquariato per cui, con senso quasi religioso, aveva raccolto nella sua casa pregevolissimi pezzi. Vi era in lui spesso, e dal suo dire ben traspariva, come un desiderio di evadere dal consuetudinario mondo degli affari per vivere di ciò che era la sua passione, l'arte. Forse per questo, in uno degli ultimi colloqui che ebbi con lui durante sua malattia mi disse convintissimo, presente un suo caro nipote: «Io sono un mancato!». Noi sorridemmo increduli ed egli, di fronte alle nostre rimostranze, stava per partire in quarta per dimostrarci la veridicità della assurda sua affermazione, quando opportunamente entrò un’altra persona nella stanza ed il discorso cadde evitandogli una fatica nella dissertazione che certamente avrebbe fatto. Cosi era Craveri. Credo in definitiva di poter affermare che, oltre agli affetti familiari le sue vere passioni siano state l'arte e la Juventus e certo quest'ultima dal suo senso del bello e dalla sua correttezza trasse in gran parte la ragione della signorilità che le è giustamente attribuita. L'ultima volta che l'andai a trovare, pochi giorni prima della fine, egli era sotto una atroce crisi del male; tuttavia, dal suo letto di dolore, udita la mia voce dalla camera adiacente, volle vedermi e con il viso contratto dallo spasimo ebbe la forza di sorridermi e di dirmi, stringendomi la mano: «Grazie, caro Tonino salutami il Presidente e tutti gli amici juventini». Mi ritirai ed ebbi la dolorosa impressione che quello fosse un congedo definitivo e lo fu veramente, caro mio fraterno amico, cavaliere senza macchia e senza paura.

Da La Stampa, 26 novembre 1947:
1897-1947: la strada dei bianconeri. La Juventus fa festa con cinquanta candeline

Con una partita internazionale degna della sua fama, la Juventus festeggerà domenica il suo cinquantenario. La squadra bianconera nacque con una maglia sociale color rosellino nel 1897, per iniziativa di un gruppo di studenti, quasi tutti del Ginnasio Liceo D'Azeglio. Più tardi adottò i colori tradizionali, che difese con alterna fortuna, ma sempre con signorilità e con onore su tutti i campi d'Italia ed in molte partite all'estero. Vinse il suo primo campionato nel 1905, e ripetè la prodezza sportiva nella stagione 1925-26 e nel famoso quinquennio dal 1930-31 al 1934-35. Si può ancora aggiungere a suo onore che nel torneo a girone unico ha avuto finora il miglior piazzamento complessivo, finendo cinque volte al primo posto, una al secondo, tre al terzo, tre al quinto e una sola rispettivamente al sesto e all'ottavo. Quello che più conta è che essa ha impostato uno stile nella sua vita sportiva che ha rinnovato in ogni generazione di calciatori. Due episodi valgono ad illustrarlo: Uno dei suoi più affezionati giocatori Nini Varglien, che per 17 anni è stato bianconero, raccontava tempo fa' (pochi mesi prima, ultima di Campionato 1945-46, Napoli-Juventus 1-1 e Juve che chiude seconda a un solo punto dal Torino – NDA):  «Prima di una certa partita che poteva decidere del campionato, mi fu fatto capire da un giocatore avversario che avremmo potuto comprare il risultato. Credo che nessun juventino sia disposto a ciò, ho risposto, ma se per avventura lo fosse domani giocheranno in dieci: io non entrerò in campo ». Il vice presidente dei bianconeri, avv. Craveri, ricevendo in inizio di stagione i nuovi acquisti, ha detto (stagione 1946-1947 – NDA) : « Ricordatevi che in campo dovete essere cavallereschi e padroni dei vostri nervi. Una volta Ferrari in una partita ricevette da un avversario un pugno. Invece di reagire, si mise sull'attenti (come 20 anni prima fecero Giriodi e Bona colpiti duramente– Mario). Non fu espulso e l'incontro terminò bene. Noi gli assegnammo un premio speciale ». Questo è lo stile della Juventus. (In tempi più recenti Alessandro Del Piero provocato, colpito, ricevuto sputo in faccia e pugno all’addome, anziché protestare o cercare vendetta ha dato esempio di stile e grandezza, degno erede e testimone di ciò che di bello la Juventus rappresenta-NDA).

Bino Hess
Bino Hess era uno dei tanti svizzeri che, nel momento in cui la Juventus venne al mondo, stava studiando a Torino. Studiava e giocava a calcio ed era anche un ragazzo di provatissima fede juventina, tanto è vero che risulta come sia stato uno dei più irriducibili nell’auspicare la “defenestrazione” del connazionale Alfredo Dick, l’uomo che voleva imporre, in seno al consiglio direttivo bianconero ed alla stessa squadra, dirigenti ed atleti di nazionalità elvetica. Proprio nell’anno della scissione (1906), il lungo Hess (era alto 1,81) giocava in un ruolo atipico per la sua statura: non difensore, ma ala sinistra. Solo un paio di anni più tardi Hess prese stabilmente il ruolo di mediano sinistro. Sui vecchi libri si trovano un paio di formazioni della stagione 1909/10 nelle quali figura in forma stabile il nome dì Hess. Ad esempio, quella del 14 novembre 1909, quando la Juventus batté a Torino i nerazzurri dell’Internazionale, con due reti del centrattacco Borel, il padre di Felice. I bianconeri giocarono quella gara con: Pennano, Goccione, Mastrella, Ferraris, Frey, Hess, Mazzonis, Balbiani, Borel, Barberis, Moschino. Si era ai tempi del più puro dilettantismo; i giocatori si preparavano per le partite di campionato, anche se erano solo una decina per stagione, quando avevano tempo e voglia. Tutti avevano un impiego, una professione, un lavoro; anche gli studenti universitari, che conquistarono il titolo nel 1905, avevano già avuto il loro splendido 110 e lode con la pubblicazione della tesi. Malvano era ingegnere, Donna ed Hess avvocati; li si potevano trovare a tirare quattro calci in Piazza d’Armi la sera, quasi buio, ed a praticare sia la ginnastica che l’atletica. Ma Bino Hess non fu solo un buon giocatore, dotato di tecnica sobria e di una intelligente visione di gioco; fu anche un magnifico dirigente, talmente bravo da far convergere sulla sua persona i voti necessari alla presidenza. Amava dire : Essere Juventino vuol dire un favore, un onore. Vuol dire garbo, senso dell’umorismo, lealtà e naturalmente cultura.
Proprio all’indomani della crisi che colpì la società all’inizio della stagione 1913/14, Hess prese le redini della Juventus e la guidò con mano esperta e sicura. Provvide anche a mantenere fraternamente uniti i giocatori che disputarono quel campionato nel girone lombardo; ricordiamo Montano, Cappello, Arioni, Omodei, i fratelli Boglietti, Payer, Collino, Dalmazzo, Varalda e, soprattutto, Valerio Bona e Giriodi. Ancora oggi, Bino Hess viene ricordato come il presidente della rinascita, inoltre regalò alla sua Juve 16000 metri di terreno vicino al campo di Corso Marsiglia a sua volta dono alla società del cuore da parte del geometra Monateri, il primo impianto in Italia con strutture portanti e di sostegno in cemento armato.

Umberto Malvano
Nato il 17.07.1884 a Moncalieri (Torino), muore il 15.09.1971 a Milano.
Partecipa alla fondazione della Juventus divenendone ben presto il giocatore italiano più rappresentativo. Nel 1905 si trasferisce a Pavia per il servizio militare e viene "arruolato" anche dal Milan come ala sinistra. Vince il Campionato nel 1906 con il Milan,  anche se, nelle due gare contro gli ex compagni, preferisce "imboscarsi" per evitare polemiche. Con i bianconeri raggiunge la finale del campionato nel 1903 e nel 1904 : in quest’ultima fu uno dei migliori in campo e nel 1903 capocannoniere del torneo. Nella squadra juventina, che nel 1905 si aggiudica il primo scudetto della storia bianconera, di lui non si trova comunque traccia: è militare a Padova. Nell'immediato dopoguerra è uno dei vicepresidenti della Federazione Gioco Calcio che ha per presidente l'avvocato Luigi Bozino. Salvò la Juventus dallo scioglimento insieme all’amico super Juventino Hess, evitandole il declassamento in Campionato Promozione dopo la sfortunatissima stagione 1912-13.  Pensando che tra i soci fondatori vi fosse Benedetto Umberto Malvano, 17° e ultimo figlio dell’assessore Alessandro Malvano, uno dei principali artefici della realizzazione della Mole Antonelliana, viene da credere che la nascita della Juve fosse voluta dal Fato. Senza Umberto Malvano non ci sarebbe la Juventus. La sua importanza nella storia della nostra amata Vecchia Signora è capitale.          

 Il 10 giugno 1915, venne pubblicato per la prima volta il giornale ufficiale della società, intitolato Hurrà Juventus :

"Gli Juventini sono fratelli, non avvertono l'affetto che nel distacco. Sbandati da turbine, cercano ora di tessere una trama, sia pure sottile, che li leghi e li renda presenti gli uni agli altri. Vi riusciranno, perché tutto riesce nella Juventus! Detto fatto. Si fonda un Bollettino, un passe-par-tout, che dovrà raggiungere il fronte, insinuarsi nelle trincee e, richiedendolo il bisogno, finire nelle retrovie...".
Nel giugno 1915, il giorno 10, a pochi attimi dall'ingresso in guerra dell'Italia, il primo numero di Hurrà Juventus si presenta così, con un obiettivo prefissato e uno scopo preciso. Pur dovendo fronteggiare comprensibili difficoltà, il Bollettino esce regolarmente, a volte persino con sei facciate. Ogni numero contiene la lista degli juventini sotto le armi, offrendo persino la loro dislocazione logistica, e le lettere che provengono dal fronte.


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